Troppo piccolo per reggere il contatto in campo, mai davvero a mio agio nella pelle che avevo. Un’insicurezza silenziosa, di quelle che non dici a nessuno ma che si infilano ovunque — in come ti vedi, in come ti relazioni, in chi pensi di poter essere.
Poi un giorno ho preso e sono partito. Argentina, da solo, senza rete di sicurezza sotto i piedi. Nessun lavoro, nessun punto fermo — solo io e la domanda più scomoda che potessi farmi: chi sono, quando nessuno mi sta guardando?
La risposta è arrivata pian piano, negli allenamenti che non saltavo mai, nelle scelte a tavola che iniziavo a fare con criterio, nelle ore passate a capire come il mio corpo rispondeva a ogni sforzo. Non lo facevo per un obiettivo esterno. Lo facevo perché era l’unica cosa, in mezzo al caos, che mi faceva sentire davvero presente.
Da lì è nato tutto il resto — anche qualcosa che non mi aspettavo. Ho iniziato a studiare sul serio, per la prima volta in vita mia non per un voto, ma per fame vera di capire. E capendo per me, ho scoperto che sapevo spiegarlo agli altri. Che vedere qualcuno arrivare dove non pensava di poter arrivare mi dà una soddisfazione che va oltre qualsiasi mio traguardo personale.
Oggi non mi sento arrivato. Anzi — sono ancora dentro il mio stesso percorso, ogni giorno. Ma ho capito una cosa semplice: non serve essere arrivati per aiutare qualcuno ad andare avanti. Anzi, forse è proprio per questo che ci riesco. Perché so cosa vuol dire mettersi in discussione, restare disciplinati quando nessuno guarda, e non mollare quando i risultati non si vedono ancora.
GXC nasce da un ragazzo che non si è mai sentito abbastanza — e ha deciso di dimostrarlo. Prima a se stesso. Poi a chiunque avesse voglia di fare lo stesso.

